Marzo 2022

Economia lineare Riciclo Economia Circolare

L’Economia Circolare e i suoi 3 principi chiave

Che cos’ l’Economia Circolare? Dal termine stesso si può intuire qualcosa, ma per capirne appieno il significato cerchiamo di approfondire meglio cos’è e quali sono i principi che la contraddistinguono. Negli anni passati si è spesso parlato di teorie e modelli economici alternativi a quello del consumismo sfrenato e più inclini a trovare un maggior equilibrio tra uomo e natura attraverso uno sviluppo sostenibile. Da un punto di vista comunicativo non è certo stata di successo la teoria e la relativa campagna a favore della “Decrescita felice”, proprio perché porta con sé un accezione negativa, di rinuncia, che mal si sposa con la volontà di consumare e non avere limitazioni alla propria libertà di consumo. Gradualmente il tema dell’Economia Circolare (EC) è invece entrato nel dibattito politico, sociale ed economico, presentandosi sotto una luce diversa e meno restrittiva. Anche nel Recovery Plan preparato dal Governo Italiano a fine Aprile 2021, si cita l’Economia Circolare come uno degli elementi di rilievo del piano. Eppure spesso si fa riferimento al termine di Economia Circolare per descrivere qualcos’altro.  Cosa significa Economia Circolare? Il punto fondamentale è certamente quello del passaggio da un modello di Economia Lineare ad un modello di Economia Circolare. Nell’Economia Lineare tutti le materie prime e gli elementi della catena di produzione e consumo sono concepite come passaggi sequenziali, con un inizio ed una fine. E’ il modello che ha generato e continua a generare livelli di inquinamento ormai non più sostenibili per l’ambiente e per l’uomo. Nel modello Circolare ogni passaggio è funzionale a quello successivo, compreso quello di utilizzo e consumo, che non si chiude con lo smaltimento in discarica. Ogni prodotto o materia rientra a far parte del ciclo successivo e per questo è rappresentabile come un processo senza fine.  La definizione data dal Parlamento Europeo Il Parlamento Europeo definisce l’Economia Circolare (EC) come “a model of production and consumption, which involves sharing, leasing, reusing, repairing, refurbishing and recycling existing materials and products as long as possible. In this way, the life cycle of products is extended. (…) In practice, it implies reducing waste to a minimum“. L’Economia Circolare è definita come un modello di produzione e consumo, che prevede la condivisione, la locazione, il riutilizzo, la riparazione, la ristrutturazione e il riciclaggio di materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. In questo modo si allunga il ciclo di vita dei prodotti e si riducono al minimo gli sprechi.  Anche in questa definizione rimane qualcosa di insoluto rispetto alla produzione di scarti, di rifiuti residui, che viene illustrata come segue:  E’ sufficiente? E cosa ne sarà dei rifiuti residuali, cioè quelli che per qualche motivo non sono riciclabili? L’economia del riciclo è un’altra cosa L’immagine che segue aiuta a comprendere appieno il significato di Economia Circolare ed evitare di confonderla con l’Economia del Riciclo.  Secondo la Ellen MacArthur Foundation, fondazione la cui missione è proprio quella di accelerare la transizione verso un’Economia Circolare, tra i principi fondamentali dell’Economia Circolare c’è l’eliminazione totale di qualsiasi tipo di rifiuto. L’obiettivo quindi è di azzerare completamente la produzione di rifiuti, lo zero waste. I 3 principi chiave dell’Economia Circolare Sostenuto da una transizione verso le fonti energetiche rinnovabili, il modello circolare costruisce capitale economico, naturale e sociale e si basa su tre principi: Concepire i prodotti escludendo del tutto, fin dal momento della progettazione, la creazione di rifiuti e inquinamento, il rilascio di gas a effetto serra e di sostanze pericolose. Evitare quindi l’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua, nonché “rifiuti strutturali” come il traffico congestionato. Mantenere il più possibile prodotti e materiali in uso nei cicli di utilizzo, cioè progettare avendo bene in mente la la durabilità, il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclaggio, al fine di mantenere sempre in circolazione nell’economia prodotti, componenti e materiali. Rigenerare i sistemi naturali. Un’economia circolare evita l’uso di risorse non rinnovabili e preserva o migliora quelle rinnovabili, ad esempio restituendo preziose sostanze nutritive al suolo per supportare la rigenerazione o utilizzando energia rinnovabile invece di fare affidamento sui combustibili fossili. L’Economia Circolare si basa quindi su un modello economico resiliente, distribuito, diversificato e inclusivo ben diverso da quello che ha dominato gli ultimi decenni. Offre opportunità per una migliore crescita attraverso la costruzione di capitale economico, naturale e sociale. Il diagramma a farfalla Secondo la Ellen MacArthur Foundation l’essenza dell’EC è rappresentabile secondo il Butterfly diagram, letteralmente il “diagramma a farfalla”. Il diagramma cerca di descrivere il flusso di materiali, nutrienti, componenti e prodotti, senza dimenticare gli elementi di valore finanziario. Si basa su diverse scuole di pensiero, ma è forse maggiormente influenzato dai due cicli materiali definiti secondo l’approccio “Cradle to Cradle“, cioè dalla Culla alla Culla. Il nome stesso, che può suonare strano a prima vista, deriva dalla contrapposizione rispetto al concetto “Cradle to grave”, cioè Dalla culla alla tomba, o dall’inizio alla fine, che descrive lo sviluppo di un prodotto, un’attività o un processo produttivo durante il suo ciclo di vita, dal giorno in cui viene creato al momento in cui cessa di esistere.  Il Cradle to Cradle (C2C) è invece un approccio alla progettazione di prodotti e sistemi che modella l’industria umana sui processi della natura, dove i materiali sono visti come nutrienti che circolano in metabolismi sani e sicuri. Il modello C2C è sostenibile e rispettoso della vita e delle generazioni future – dalla nascita, o “culla”, di una generazione a quella della generazione successiva. La cosa più evidente nel diagramma è la separazione in due metà distinte, o cicli, che rappresentano due flussi di materiale fondamentalmente distinti: biologico e tecnico. I due flussi del diagramma a farfalla I materiali biologici – rappresentati in cicli verdi sul lato sinistro del diagramma – sono quei materiali che possono rientrare tranquillamente nel mondo naturale, una volta che hanno attraversato uno o più cicli di utilizzo, dove si biodegraderanno nel tempo, restituendo i nutrienti incorporati per l’ambiente. I materiali tecnici – rappresentati in blu a destra – non possono rientrare nell’ambiente. Questi materiali, come metalli, plastica e sostanze chimiche sintetiche, devono scorrere continuamente nel sistema in modo che il

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Siamo fatti (anche) di microplastica

La foto in apertura sembra rappresentare forme di vita sconosciute. In realtà le conosciamo molto bene, ci siamo a contatto tutti i giorni e sono una minaccia alla vita. Quella fotografata da Mandy Barker (Prix Pictet 2017) sono campioni di microplastica trovati in mare. Sono fotografati al microscopio come fossero piccole specie animali appena scoperte. Cos’è la microplastica? Per microplastica si intendono le particelle di materiale plastico, generalmente più piccole di 1 millimetro, che si infiltrano nell’ambiente e negli alimenti inquinando l’ecosistema e la salute umana. La microplastica non nasce micro, deriva invece da pezzi di plastica più grandi, che con il tempo, il meteo o l’usura si frammentano. Origina da tessuti sintetici, pneumatici, contenitori, vernici varie e quell’infinito numero di altri oggetti e materiali di cui siamo circondati. Microplastica nel nostro corpo Come fa notare Nicolas Lozito sulla sua newsletter “Il colore verde“, una recentissima ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Environment International ha evidenziato che ci sono tracce di microplastica nel nostro sangue. Su 22 campioni di sangue provenienti da donatori anonimi, ben 17 contenevano microplastica. Vale a dire 8 persone su 10 “positive” alla microplastica. Seppur buona parte dei “rifiuti” che ingeriamo sono normalmente smaltiti dal nostro organismo, parte di questi rimangono nel nostro corpo e finiscono per inquinare persino il nostro sangue. Secondo il WWF, noi ingeriamo in media circa 5 grammi di microplastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito. Sembra un’enormità e lo è! Segnali inequivocabili per un cambiamento immediato Il corpo umano, all’80% fatto d’acqua, somiglia sempre più alla bottiglia in PET che abbiamo sul tavolo da pranzo. Un ulteriore segnale dell’importanza di cambiare certi stili di vita, certe abitudini, i sistemi di consumo che con il tempo ci stanno trasformando nel vero senso della parola. Per questo diventa sempre più importante passare da un sistema economico basato su un modello Lineare ad uno basato sull’Economia Circolare, adottando una visione di lungo periodo che offra un’opportunità di crescita rispettosa delle necessità del pianeta.

Urban mobility a Leuven

Un esempio di mobilità urbana sostenibile e inclusiva

Per trasformare le città in ambienti più accoglienti e vivibili per tutti serve tempo, ma soprattutto una pianificazione attenta alla mobilità urbana sostenibile. Non ero mai stato a Leuven, una città delle Fiandre di 100.000 abitanti, per il 65% studenti universitari della rinomata KU Leuven, ma l’atmosfera e la capacità di rendere una città veramente sostenibile mi hanno piacevolmente colpito. Ci sono stato qualche giorno fa insieme ad ISINNOVA per parlare di Comunicazione a proposito del progetto Europeo Dignity.Quello che si nota fin da subito non è solo l’energia di una città con un’età media così bassa, ma soprattutto una concezione di città decisamente diversa dalla media: una mobilità sostenibile e alla portata di tutti, inclusiva. Bici e bus, o più semplicemente i piedi, sono i mezzi di trasporto prevalenti. Dalle cargo-bike alle micro bici, con il bus come principale alternativa. Le auto? Poche. E quando non vedi e non senti le auto attorno a te, lo spazio urbano diventa dei cittadini, dei commercianti, di chi sorseggia birra belga ai tavolini di piazze brulicanti di vita. Per chi, seppur adulto, non è mai salito in bici, spesso migranti che nelle terre di origine neanche si potevano permettere due ruote e un telaio, organizzazioni locali offrono corsi per tutte le età. E dopo alcune ore di prova insieme a volenterosi volontari, questi ciclisti novelli non solo hanno conquistato la libertà sui pedali, ma hanno pure imparato qualcosa in più sulla lingua e la cultura locali. Integrazione a pedali.Anche il free-floating selvaggio non è concesso: monopattini e bici che ormai imperversano sui marciapiedi di molte città, qui possono essere depositati solo nelle aree indicate dal comune.Quando arrivi in una città del genere, alla sensazione di piacere e scoperta segue sempre una domanda: ma perché quello che si è realizzato qui non può accadere altrove? Tutta un’altra idea di città rispetto a quella che ha in mente l’Arabia Saudita. Grandi cambiamenti hanno bisogno di una visione condivisa e lungimirante basata sul coinvolgimento di tutte le persone. Funzionari, politici, commercianti, associazioni, cosi come di semplici cittadini che capiscono cosa c’è in gioco. E’ quello che ha fatto negli anni l’amministrazione di Leuven con un po’ di coraggio e la forza della ragione.Partiamo dal loro esempio e da quello di una mamma che fa la spesa con la sua bici station wagon e da un figlio che la segue mettendocela tutta.E pedaliamo!

STOP WAR WORDING

No, questa non è una guerra

Parole di guerra. Nel mondo degli affari si fa spesso ricorso alla terminologia che proprio nella guerra trova la sua origine e la massima espressione. C’è chi concepisce lo scenario competitivo proprio come un campo di battaglia e non ne fa mistero. Un esempio lampante è il recente libro del fondatore della Nike, Phil Knight, intitolato “L’arte della vittoria”, che non proprio velatamente richiama quello ancora più famoso di Sun Tzu “L’arte della guerra”. Non solo nel titolo, ma proprio nella gestione dell’attività di business, nei termini usati per arringare i propri dipendenti o per concepire un piano d’azione. Siamo ormai assuefatti a termini come colpire il target, conquistare i consumatori, annientare i competitors, bombardare di messaggi.Eppure si potrebbero esprimere gli stessi concetti usando termini come comunicare con il proprio pubblico, dialogare con i clienti, acquisire quote di mercato. Usare le parole oculatamente Non è una questione esclusivamente semantica.E’ anche una forma di rispetto per chi si trova realmente in situazioni estreme come quelle che stiamo vedendo in questi giorni in Ucraina. Quelle sì di guerra, ma che in realtà esistono purtroppo da tempo in varie regioni del mondo: Mali, Siria, Yemen, Afghanistan, Kurdistan, Kashmir, striscia di Gaza e molte altre.Così come si potrebbe evitare di usare parole a sproposito come terremoto finanziario o tzunami economico. Se ne può fare decisamente a meno.Anche questo sarebbe un piccolo ma importante segnale per rendere più sostenibile il mondo che ci circonda e non solo quello degli affari e magari adottare un approccio orientato a salvaguardare il nostro futuro sul pianeta Terra.

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