No, questa non è una guerra

Nel mondo degli affari si fa spesso ricorso alla terminologia che proprio nella guerra trova la sua origine e la massima espressione. C’è chi concepisce lo scenario competitivo proprio come un campo di battaglia e non ne fa mistero.

Un esempio lampante è il recente libro del fondatore della Nike, Phil Knight, intitolato “L’arte della vittoria”, che non proprio velatamente richiama quello ancora più famoso di Sun Tzu “L’arte della guerra”, non solo nel titolo ma proprio nella gestione dell’attività di business, nei termini usati per arringare i propri dipendenti o per concepire un piano d’azione.

Siamo ormai assuefatti a termini come colpire il target, conquistare i consumatori, annientare i competitors, bombardare di messaggi.
Eppure si potrebbero esprimere gli stessi concetti usando termini come comunicare con il proprio pubblico, dialogare con i clienti, acquisire quote di mercato.

Non è una questione esclusivamente semantica.
E’ anche una forma di rispetto per chi si trova realmente in situazioni estreme come quelle che stiamo vedendo in questi giorni in Ucraina, quelle sì di guerra, ma che in realtà esistono purtroppo da tempo in varie regioni del mondo: Mali, Siria, Yemen, Afghanistan, Kurdistan, Kashmir, striscia di Gaza e molte altre.
Così come si potrebbe evitare di usare parole a sproposito come terremoto finanziario o tzunami economico.

Se ne può fare decisamente a meno.
Anche questo sarebbe un piccolo ma importante segnale per rendere più sostenibile il mondo che ci circonda e non solo quello degli affari.

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